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La rubrica settimanale del Prof. Alessandro Volpi

"Fotografia della situazione italiana"

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Immagine articolo - Il sito d'Italia

La fotografia tracciata dall’Istat della situazione italiana presenta toni particolarmente cupi. Nel 2012 il Pil è crollato di 2,4 punti percentuali, le importazioni sono scese del 7,7%, gli investimenti fissi lordi dell’8, i consumi finali del 3,9 e la spesa delle famiglie del 4,3. Si tratta di numeri da grande freddo, in molti casi dei veri e propri record negativi, a cui vanno aggiunte una pressione fiscale pari al 44% del Pil e soprattutto una disoccupazione dell’11,7%. Quest’ultimo dato è davvero il più critico, in quanto il numero dei disoccupati è cresciuto del 22,7% su base annua e assume proporzioni drammatiche nella fascia d’età compresa tra i 15 e i 24 anni, dove raggiunge il 38,7%. E’ sempre più marcato poi il divario, in termini di occupazione fra uomini e donne, con una percentuale di occupati pari al 65,8% tra gli uomini e solo del 46,8% tra le donne, con disparità enormi, peraltro, tra Nord e Sud. Cresce in maniera altrettanto preoccupante la percentuale di disoccupati di lungo periodo, ben superiore al 52% del totale, mentre l’unica tipologia di occupazione in aumento è quella a tempo parziale. La sequenza degli indicatori negativi potrebbe essere ulteriormente allungata dal crollo dei consumi pubblici che svolgono spesso invece una funzione anticiclica, dal rapido ispessimento delle sofferenze bancarie e dalla chiusura del rubinetto creditizio. Gli enormi sacrifici sopportati dal paese nel corso dell’anno passato hanno generato un pressoché unico, per quanto fondamentale, risultato positivo rappresentato dalla ricostituzione dell’avanzo primario e dall’abbattimento del deficit al 3% del Pil; anche in questo caso tuttavia un simile obiettivo può essere vanificato nel 2013 da un probabile rialzo del conto interessi sul debito italiano, che in termini di stock ha continuato a crescere nel 2012 raggiungendo il 127%. Mario Draghi ha chiarito con forza, all’indomani del voto italiano, che nessun ombrello da parte della Bce potrà essere aperto per acquistare i titoli del nostro debito senza un impegno preliminare e vincolante, firmato da un governo pienamente legittimato, a fare le riforme strutturali necessarie alla riduzione dell’indebitamento. Dunque, senza governo, non ci sarà alcun ombrello con collocamenti del debito assai più costosi. In una situazione di questo genere hanno davvero senso dei “minigoverni” a tempo o di scopo? Al di là della ferma opposizione del Movimento 5 stelle a votare la fiducia ad esecutivi non guidati da propri esponenti, avrebbe comunque significato avviare formule di governo anomale, magari di minoranza o con il voto “spurio” di pezzi differenti del parlamento per tentare di compiere una improbabile riforma elettorale o altri programmi che non sono stati realizzati nell’arco di anni? L’idea poi di un voto sulle singole misure, caso per caso, pare prescindere dal nodo centrale di una democrazia matura che consiste nella normale ed ordinaria dialettica fra governo e parlamento. L’esecutivo è l’espressione di una maggioranza parlamentare che ha una visione sotanzialmente omogenea e in quanto tale svolge la propria funzione di guida del paese. Non è possibile, data la gravità della crisi sociale ed economica che caratterizza lo scenario italiano, immaginare una fase di riforme affidata ad una sorta di parlamento costituente anche per breve tempo, mentre un governo debole, di fatto senza una maggioranza organica, dovrebbe svolgere una difficilissima gestione ordinaria, magari afflitta da attacchi al debito pubblico e da una costante litania di manovrine. Non bisogna neppure trascurare che chi governerà avrà l’onere di dare seguito alle misure del gabinetto Monti, come l’introduzione della Tares, o l’aumento dell’Iva, con effetti in termini di consenso elettorale assai negativi. Sarebbe forse auspicabile accelerare l’elezione del presidente della repubblica per anticipare lo scioglimento delle Camere e arrivare ad una nuova competizione elettorale costruita questa volta su leadership nuove e su programmi credibili: il costo in termini di minori entrate e di maggior spese dei programmi dei primi tre partiti italiani oscillava tra i 44 e i 70 miliardi di euro. Servirebbe anche un impegno comune, da vincolare all’elezione del presidente, ad un rispetto dei principali obblighi europei per evitare che lo svolgimento di nuove elezioni consegni l’Italia alla speculazione internazionale. Solo ritornando entro i confini della costituzione è possibile provare a risolvere alcuni dei nodi strutturali del paese, non certo con esecutivi a singhiozzo o facendosi forza di iperboli retoriche.

 

Alessandro Volpi, Università di Pisa

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