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La rubrica settimanale del Prof. Alessandro Volpi

"Paura"

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Immagine articolo - Il sito d'Italia

Ci siamo svegliati decisamente antieuropei proprio nel momento in cui abbiamo più bisogno dell’Europa. Questa in sintesi è una delle fotografie più nitide dei risultati elettorali per il Parlamento italiano dove hanno prevalso le forze che hanno fatto della critica all’Europa della Merkel uno dei cardini del loro messaggio; rifiuto del rigore, ferma opposizione agli impegni del fiscal compact, celebrazione di programmi costruiti su tagli fiscali per decine di miliardi di euro, magari accompagnati da forme di sostegno al reddito altrettanto costose. La campagna elettorale è stata il terreno della rimozione dei vincoli imposti dall’Europa, considerati dannosi e di fatto superflui, in nome di un’ “altra Europa”, disposta a cancellare parti di debito, a non far pagare gli interessi, ad accettare la violazione unilaterale, italiana, degli impegni presi in sede europea. Purtroppo per noi, quell’Europa non esiste; Germania, Francia, Spagna per non parlare dei rigidissimi Paesi Bassi, pur scontrandosi tra loro e pur avendo fronteggiato forti tensioni eurocritiche, sono però saldamente democrazie che tengono fede alla parola data. Fino ad oggi ci hanno creduto, difendendo l’Italia perché stato membro, perché prima linea degli attacchi all’euro, perché uno dei paesi fondatori della Comunità e dell’Unione. Per questo la Bce ha comprato in pochi mesi 103 miliardi di euro in titoli del debito pubblico italiano, la metà di tutti gli acquisti fatti, e li ha tenuti in pancia, cedendo titoli buoni, per evitare che il nostro debito non avesse un numero sufficiente di compratori e per impedire quindi che diventassimo insolventi, insomma per fare sì che non fallissimo. Per questo Mario Draghi ha posto in essere lo scudo antispread, per rassicurare i mercati rispetto al rischio italiano e per questo è stato concepito l’Esm, lo strumento per raffreddare la spesa in conto interessi del nostro paese, già lievitata a 84 miliardi, e che è stato finanziato con un impegno tedesco e francese di oltre 200 miliardi di euro in pochi anni! Dopo questo risultato elettorale siamo davvero sicuri che l’Europa, quell’Europa che abbiamo deciso essere la responsabile primaria delle nostre difficoltà, continuerà a darci una mano? Oppure comincerà a pensare che, in fondo, un fallimento italiano potrebbe risultare meno costoso che una lunga agonia, alimentata con risorse europee, mentre la discussione politica italiana continuerà ad avere come filo conduttore il tema di chi la spara più grossa? I numeri dovrebbero far riflettere: quest’anno il Tesoro italiano dovrà collocare circa 300 miliardi di euro in titoli di Stato per avere le risorse per restituire il debito in scadenza; senza queste risorse, in pratica, arriva il default. Siamo sicuri che senza ombrello europeo, senza il soccorso della Bce per comprare i titoli rimasti invenduti e finiti sul secondario, riusciremo a collocare il nostro debito? Siamo davvero sicuri che senza lo scudo antispread, smontato da un Mario Draghi delegittimato proprio dal suo essere italiano, non dovremo pagare interessi stellari anche per quella frazione di debito per la quale riusciremo a trovare qualche compratore? Ancora i numeri ci dicono che ogni 100 punti in più di spread significano 3 miliardi di euro subito da trovare e da aggiungere alle difficoltà dei conti pubblici; 300 punti fanno 9 miliardi e la rincorsa diventa un incubo, aggravato dal fatto che le banche italiane hanno nei loro portafogli 330 miliardi di euro in Btp. Un crollo del valore dei Btp comporta la scomparsa di gran parte della patrimonializzazione delle banche italiane, costrette a ricapitalizzarsi non si sa come – magari con nuovi “Monti bond” statali? – e certamente paralizzate nella possibilità di concedere quel credito tanto vitale per l’agognata ripresa. La politica certo non deve essere schiava dei mercati ma non può nemmeno pensare di non pagare i debiti dello Stato, a meno che non decida di intraprendere strade dichiaratamente rivoluzionarie, il cui primo esito è quello di rimetterci in mano la vecchia lira e di avviare un orgoglioso percorso autarchico, con conseguenze facilmente prevedibili: un’inflazione stellare, il crollo del potere d’acquisto, nessun compratore di titoli del nostro debito, di fatto dichiarato inesigibile. Non dovremmo dimenticarci neppure che entro metà aprile il governo italiano dovrebbe presentare in Europa il Documento Economico e Finanziario in cui sono riportate le previsioni sull’andamento del Pil e del deficit e, connesso ad esso, il piano di stabilità per centrare gli obiettivi di rientro; una bocciatura o, anche solo, un’evidente contrarietà proveniente dai partner europei sarebbe un segnale per molti grandi investitori istituzionali che deciderebbero di abbandonare l’Italia a conferma di un’emorragia solo in parte tamponata dal governo Monti. In tali condizioni dove sarebbero reperibili, nel brevissimo termine, le risorse per coprire le ulteriori necessità di ammortizzatori sociali o degli esodati? Le prossime settimane rischiano di essere davvero pesantissime perché i pasti non sono mai gratis neppure quelli liberamente scelti e la settima economia del mondo può certamente stare molto peggio di ora. Forse varrebbe la pena di chiedere, con urgenza, che almeno Giorgio Napolitano accetti di essere rieletto.

 

Alessandro Volpi, Università di Pisa

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