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Politica internazionale

Finché c'è Erdoğan c'è speranza: noi, tra idealismo e ipocrisia

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Immagine articolo - ilsitodiFirenze.it

Perché vedete... le guerre non le fanno solo i fabbricanti d'armi e i commessi viaggiatori che le vendono. Ma anche le persone come voi, le famiglie come la vostra che vogliono vogliono vogliono e non si accontentano mai! Le ville, le macchine, le moto, le feste, il cavallo, gli anellini, i braccialetti, le pellicce e tutti i cazzi che ve se fregano! ...Costano molto, e per procurarsele qualcuno bisogna depredare! "

 

Citazione da uno dei film più belli di e con Alberto Sordi: "Finché c'è guerra c'è speranza". Nella pellicola, "Albertone" interpreta il ruolo di un trafficante d'armi, Pietro Chiocca, che alla famiglia racconta invece di essere un commerciante di pompe idrauliche. Non appena i suoi, grazie allo scoop di un cronista, vengono a conoscenza della verità, il biasimo e lo sdegno investono il Chiocca, che a quel punto mette moglie e figli dinanzi ad un ultimatum: se davvero non vorranno più vederlo nelle vesti di "mercante di morte", non dovranno svegliarlo, la mattina successiva, facendogli così perdere un'importantissima commessa e di conseguenza ulteriori milioni. Pietro Chiocca sarà svegliato e la vendita andrà a buon fine.

 

L'Italia è uno dei paesi più importanti nello scacchiere mondiale e continentale (oltre 60 milioni di abitanti, membro del G7, del G8, nazione a condivisione nucleare e terza economia europea), status che richiede, per esser mantenuto (e con esso il benessere di cui tutti usufruiamo ed al quale tutti siamo egoisticamente assuefatti) un apparato militare adeguato, in grado di consentirci azioni in quegli scenari ove si snodano le priorità strategiche ed economiche occidentali e nazionali. Ma non solo: anche la vendita di armi, settore nel quale l'industria italiana è leader, si colloca tra le voci fondamentali della nostra economia e del nostro PIL.

 

Una revisione drastica della nostra politica in materia di armamenti non potrebbe dunque prescindere anche da una revisione dei nostri standard sociali e di vita, scelta senza dubbio non facile né agevole. Ammesso e non concesso possa esistere un utilizzo moralmente accettabile di uno strumento di morte e distruzione, e che di conseguenza possa esservi una logica accettabile nel commercio selettivo di armi, pensare di non venderle più alla Turchia di Recep Tayyip Erdoğan apre uno spazio di riflessione molto ampio (anche oltre il tema in oggetto) e complesso, per tutti noi.

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