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Cronaca

Facebook: commenti offensivi. Diritto al risarcimento a titolo di danno morale soggettivo

Una delle primissime sentenze italiane in tema di risarcimento danni per illecito compiuto su social network. L'invio di messaggi diffamatori tramite facebook costa caro ad un giovane del nord Italia: lo afferma categoricamente il Tribunale di Monza in una pronuncia del 2010, con cui ha attribuito a favore di una ragazza, lesa in modo plateale dal suo "ex fidanzato"( la giovane veniva offesa per una sua patologia visiva, derisa per via di alcune sue preferenze maschili ed inclinazioni sessuali), l'importo di €15.000,00 per il danno morale soggettivo subito.
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Immagine articolo - Il sito d'Italia

La giovane ha limitato le proprie richieste al risarcimento "del danno morale soggettivo o, comunque, del danno non patrimoniale" sofferto quale diretta conseguenza della subita lesione "alla reputazione, all'onore e al decoro" cagionatale dal convenuto mediante l'invio dei messaggi oggetto di causa.

Appare utile premettere come, recentemente, la Suprema Corte abbia riaffermato l'autonomia del danno morale rispetto alla più ampia categoria del danno non patrimoniale (Cass. 12.12.2008 n.29191), in apparente contrasto con le note decisioni adottate dalle Sezioni Unite (Cass.Sez.Un. 11.11.2008 numeri 26972 e 26975), che hanno negato valenza autonoma al danno morale, relegandolo al rango di sottocategoria del danno non patrimoniale.

Peraltro, per quel che qui rileva, le Sezioni Unite avevano affermato "che, nell'ambito della categoria generale del danno non patrimoniale, la formula "danno morale" non individua una autonoma sottocategoria di danno, ma descrive ,tra i vari possibili pregiudizi non patrimoniali, un tipo di pregiudizio costituito dalla sofferenza soggettiva cagionata dal reato in sé considerata: sofferenza la cui intensità e durata nel tempo non assumono rilevanza ai fini della esistenza del danno, ma solo della quantificazione del risarcimento".

La presente controversia, di indubbia peculiarità, trae le proprie origini dal rapporto instaurato tra i soggetti in causa per il tramite del sito web denominato "Facebook".

Trattasi, come è ormai notorio, di un c.d. social network ad accesso gratuito fondato nel 2004 da uno studente dell'Università di Harvard al quale, a far tempo dal settembre 2006, può partecipare chiunque abbia compiuto dodici anni di età: peraltro, se scopo iniziale di "Facebook" era il mantenimento dei contatti tra studenti di università e scuole superiori di tutto il mondo, in soli pochi anni ha assunto i connotati di una vera e proprie rete sociale destinata a coinvolgere, in modo trasversale, un numero indeterminato di utenti o di navigatori Internet.

Questi ultimi partecipano creando "profili" contenenti fotografie e liste di interessi personali, scambiando messaggi (privati o pubblici) e aderendo ad un gruppo di c.d. "amici" : quest'ultimo aspetto è rilevante, anche ai fini della presente decisione, in quanto la visione dei dati dettagliati del profilo di ogni singolo utente è di solito ristretta agli "amici" dallo stesso accettati.

"Facebook", come detto, include alcuni servizi tra i quali la possibilità per gli utenti di ricevere ed inviare messaggi e di scrivere sulla bacheca di altri utenti e consente di impostare l'accesso ai vari contenuti del proprio profilo attraverso una serie di "livelli" via via più ristretti ( dal livello "Tutti" a quello intermedio "Amici di amici" ai soli "Amici"), per di più in modo selettivo quanto ai contenuti o alle stesse "categorie" di informazioni inserite nel profilo medesimo.

Quindi, agendo opportunamente sul livello e sulle impostazioni del proprio profilo, è possibile limitare l'accesso e la diffusione dei propri contenuti, sia dal punto di vista soggettivo che da quello oggettivo.

E' peraltro nota agli utenti di "Facebook" l'eventualità che altri possano in qualche modo individuare e riconoscere le tracce e le informazioni lasciate in un determinato momento sul sito, anche a prescindere dal loro consenso: trattasi dell'attività di c.d. "tagging" (tradotta in lingua italiana con l'uso del neologismo "taggare") che consente, ad esempio, di copiare messaggi e foto pubblicati in bacheca e nel profilo altrui oppure email e conversazioni in chat, che di fatto sottrae questo materiale dalla disponibilità dell'autore e sopravvive alla stessa sua eventuale cancellazione dal social network.

In definitiva, coloro che decidono di diventare utenti di "Facebook" sono ben consci non solo delle grandi possibilità relazionali offerte dal sito, ma anche delle potenziali esondazioni dei contenuti che vi inseriscono : rischio in una certa misura indubbiamente accettato e consapevolmente vissuto.

 

 

 

 

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