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La rubrica settimanale del Prof. Alessandro Volpi

"Il mondo non si misura più"

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Immagine articolo - Il sito d'Italia

Continuiamo a pensare il mondo come composto da imprese, lavoratori e processi produttivi in larga parte sulla base di idee maturate nel Novecento e così risultano poco visibili i numerosi elementi del nuovo secolo che sfuggono a tali categorie solidificate, forse persino ossificate; o meglio, di questi elementi siamo in grado di mettere in fila ormai sterminate sequenze di istantanee che non trovano spazio in alcun catalogatore capace di dargli un senso diverso da quello del mero stupore e dello stordimento rispetto ai nostri più radicati convincimenti. Tutto ciò dipende forse dal fatto che il nuovo è soprattutto il portato di una colossale ibridazione, di una pervasiva contaminazione degli spazi e dei soggetti in cui l’artificio dell’irreale diventa più vero del reale e formalizzato e non definito e neppure definibile si mescolano confondendosi, senza riuscire mai ad integrarsi.
Le trasformazioni dell’economia contemporanea scaturite in gran parte dalle globalizzazione pongono dunque alcuni problemi di rilievo in relazione agli strumenti di misurazione della ricchezza. Due dati emergono con forza; da un lato la finanziarizzazione, la crescente dipendenza della produzione della ricchezza dagli strumenti finanziari, il cui valore nominale è 10-12 volte superiore a quello dell’economia reale, dall’altro l’economia informale, l’altrettanto gigantesca massa di ricchezza prodotta al di fuori dei parametri formali appunto di stima del valore, una informalità che comprende intere aree dove ormai non circola moneta e dove non esistono strutture bancarie, che ha a che fare con i traffici illeciti – solo il riciclaggio del denaro sporco frutta quasi il 10% del PIL mondiale - con la slumizzazione del mondo, con la deregolamentazione dell’agricoltura, con l’immigrazione clandestina e con la contraffazione, divenuta un fenomeno colossale dopo il decollo cinese. Si tratta quindi di fenomeni, finanza e informalità, che mentre tendono a costituire sempre più la fonte di approvvigionamento di risorse per parti maggiori della popolazione del pianeta faticano ad essere quantificate, ad essere pienamente valutate nei loro effetti postivi come nelle loro conseguenze più deleterie. Non rientrano nel PIL – del resto misura divenuta dominante dopo la seconda guerra mondiale, in gran parte su impulso dell’amminsitrazione Truman, che con la crescita del reddito voleva rendere evidente e “misurabile” la superiorità del modello statunitense - , assai poco nelle misurazioni dell’inflazione, per nulla in quelle relative alla massa monetaria e non sono ponderate in modo facile nelle stime relative al lavoro. Non figurano neppure, in molti casi, nelle stime di impatto ambientale, con il rischio di alimentare la già marcata sensazione di aleatorietà attribuita a quest’ultimo ordine di cifre e con la conseguenza di rendere del tutto inattuabili le costruzioni teoriche legate alla sostenibilità ambientale che si basano sulla possibilità di stabilire una relazione equa tra individui e consumo delle risorse.
Un complesso di attività e di soggetti che sono in maniera paradossale ritenute marginali rispetto alla vera struttura dell’economia reale e formale, i 60 mila miliardi di dollari stimati nel 2009, che, nonostante una crescita di 10 volte rispetto ai valori del 1950, costituisce ora solo una parte del tutto e forse neppure la principale. Se a finanziarizzazione e informalità si aggiunge il peso della terziarizzazione smaterializzata, tipica degli anni Novanta, legata alle trasformazioni dell’economia della conoscenza e dell’immaginario, con gli enormi spazi della riproducibilità illimitata e, parallelamente, del marchio,  i confini di ciò che sia numericamente imprendibile si dilatano a dismisura.  Si determina quindi uno spiazzamento per cui misuriamo il pianeta usando categorie che erano valide fino a qualche decennio fa, quando il reale era decisamente superiore rispetto all’informale e alla virtualità finanziaria, ma che oggi rischiano di trascurare la vera sostanza dei processi economici e sociali; peraltro lasciandoli privi di una coerente e pensata rappresentazione politica. Nella medesima prospettiva si inseriscono la precarizzazione del lavoro, il diffondersi di una concezione e di una regolazione privatistica del mercato, il protrarsi di guerre divenute endemiche e il costituirsi di masse di rifugiati ambientali. Le stesse categorie, definite sul PIl reale, impediscono anche di valutare i danni provocati dal modello di sviluppo che sottende tali categorie; misurare ragionando in termini di crescita della produzione reale impedisce di tener conto dei danni ambientali, e non solo, connessi alla crescita. Il dato del PIL appare particolarmente lacunoso in periodi, come quello attuale, di forte crescita dei prezzi dell’energia e delle materie prime; la Guinea equatoriale sulla base dei numeri del PIL pro capite registrerebbe un potere d’acquisto di 50.200 dollari, contro i 20 mila del 2001. In realtà la stragrande maggioranza della popolazione vive in pressoché totale miseria e la ricchezza, vera, è concentrata in pochissime mani. Anche nel ricco Sudafrica i dati ufficiali collocano la disoccupazione al 25%, ma essa sembra essere ben oltre il 40%.
Trovare nuovi strumenti di misurazione implica pertanto una riconcettualizzazione dei sistemi di valore, in cui si prenda atto della profonda trasformazione avvenuta e si restituisca al lessico della politica i lemmi necessari per intervenire Occorre assai probabilmente mettere in discussione la misurabilità stessa dei fenomeni socio-economici; indicatori come lo Human development Index, approntato a partire dal 1990 e costruito su speranza di vita, grado d’istruzione e tenore di vita, o come lo Human Poverty Index, perfezionato nel 1998 con riferimento alla longevità, all’istruzione, al livello di vita e alla non partecipazione, per quanto attenuino il mero economicismo  delle tradizionali forme di misurazione delle istituzioni finanziarie internazionali – introducendo per esempio la valutazione dell’impatto delle privazioni – non abbandonano l’ottica della quantificazione “normalizzata” e sostanzialmente aliena dalla rapida disomogeneizzazione dei livelli e delle tipologie di “consumo” presenti nel pianeta terra. La definizione del “tenore di vita” o dell’istruzione in contesti come quello cinese dove il brutale abbattimento dei costi, operato dall’economia di Stato, mette i lavoratori, con un salario ancora risibile, nelle condizioni di consumare molto più che in passato e di far frequentare ai loro figli scuole ancora imbevute di ideologia-partito, non aiuta a capire quali siano le reali condizioni delle popolazioni. Se tali indici funzionano male in realtà strutturate di questo tipo, decisamente più spinoso risulta il loro utilizzo nelle baraccopoli africane o latinoamericane, in cui sono i rifiuti a garantire le condizioni minime dell’esistenza; un dato che spiazza anche indicatori più raffinati come il Genuine Progress Index, capace di distinguere fra spese positive, rivolte cioè al benessere, e le altre. Nelle vaste zone in cui le risorse provengono dal sommerso, dal non contrattualizzato, dalla comunità dei diseredati come può operare un indice che aspira a misurare il progresso “genuino”? Non c’è il pericolo che molti degli aspetti  misurati come negativi siano in realtà anfibi rispetto alla produzione di risorse? In questo senso, l’ipotesi di un sostanziale arretramento del GPI a partire dai primi anni Settanta pare non cogliere la disarticolazione della più volte citata dimensione diffusa dell’informalità, o quantomeno tende a limitarne l’impatto a sfere certo più “codificabili” come le attività di volontariato e l’opera delle “casalinghe”. A questo riguardo in molti sostengono che solo uno sforzo di quantificazione “econometrica” del lavoro domestico potrebbe tradurlo in contributo previdenziale e soprattutto avviare una vera rivoluzione culturale che spinga anche gli uomini a impegnarsi in esso. Neppure il noto BEN (Benessere economico netto), pensato da Paul Samuelson in tempi passati, più attento ai “benefici” del tempo libero e del lavoro domestico e di tutte quelle parti che sfuggono alle misurazioni consuete, riesce però a dare conto reale dei risultati di una sterminata area di informalità e della finanziarizzazione dilagante.
Un ausilio in termini di comprensione proviene forse dalla Parità di potere d’acquisto che ha il merito di contestualizzare la ricchezza, traducendola in capacità di consumo. In relazione alla PPA la Cina è già un’economia da 5 mila miliardi di dollari, subito alle spalle di quella USA, e l’India registrerebbe un valore complessivo di 3 mila miliardi: tenendo conto di simili “correzioni” diventa più facile avvicinarsi ad una rappresentazione realistica delle condizioni del pianeta e della sua ricchezza che, tuttavia, anche in termini di PPA rimane misurata secondo un unico parametro e per giunta stimato in forme monetarie. Rispetto alla capacità di consumo, inoltre, la sua stessa misurazione è soggetta a molteplici variazioni; se nei mercati poveri vengono introdotte confezioni monodose, ad esempio, è assai più probabile che la prerogativa di acquistarle sia maggiore rispetto a quella esistente nel caso di confezione più grandi e più costose. Certo le valutazioni più recenti tendono a mettere in risalto come – comunque - neppure la crescita e la diffusione dei consumi su scala planetaria riescano a ridurre le disuguaglianze nella distribuzione del reddito, anzi: nel 2006 il 2% della popolazione possedeva il 50% della ricchezza complessiva nonostante la forte crescita del numero dei consumatori, che evidentemente, diventano tali per effetto dall’abbattimento dei costi di produzione, del maggior sfruttamento del lavoro e di molto parziali aumenti retributivi che non compensano gli squilibri giganteschi determinati dalla enorme crescita dei rendimenti finanziari.
Ancora, in relazione ai consumi, verrebbe da chiedersi come si misurano in società fortemente connotate in chiave religiosa? in tali contesti infatti i consumi sono un dato economico poco affidabile. L’Iran, ma anche la Turchia, solo per citare due significativi esempi, pongono numerosi interrogativi a riguardo dal momento che la costruzione del mercato interno è qui mediata da istanze decisamente extraeconomiche, almeno in senso stretto; se l’Iran sembra risolvere la questione con un sistema di prezzi politici guidati dall’alto, così da indirizzare le tipologie dei consumi secondo un modello tipico di alcuni Stati nazionali dell’Europa moderna, in Turchia, al contrario, la nuova dimensione dell’AKP, di dichiarata ispirazione islamica e liberista in materia economica, pare destinata ad investire proprio sul mercato in quanto tale per dare corpo al rapporto tra consumi e ricchezza. 
Anche l’impronta ecologica, che riesce comunque a fornire un’immagine eloquente dell’impatto dei consumi dell’uomo sul patrimonio naturale, sconta tuttavia la sua finalizzazione a ridurre a sintesi un insieme complesso di elementi per renderli percepibili ad un’opinione pubblica distratta e sostanzialmente “da educare”; trascura infatti il consumo delle risorse non rinnovabili, così come gli effetti di una crescente mole di rifiuti e soprattutto è pensata come detto per sensibilizzare economie mature circa il loro destino. Indici più raffinati come l’ Ecodomestic product, che integra la produzione con le attività per mantenere e migliorare la qualità delle risorse naturali e con le importazioni involontarie di rifiuti, scarichi e scorie, o come il MEW (Measure of economic welfare) che tiene conto anche delle spese necessarie per evitare “guai peggiori”, possono risultare a tale riguardo non sempre chiarissimi. Nell’ambito delle difficoltà che emergono per fornire stime reali delle risorse economiche uno spazio particolare è occupato dal “censimento” dei beni energetici; è sempre meno chiaro quanto petrolio e gas naturale esistano su questo pianeta, quanto pesino le criticità nella raffinazione, quanto gli scarsi investimenti nel settore – a tutto vantaggio della distribuzione di dividendi e plusvalenze a breve – e quanto l’effettiva scomparsa della “materia prima”. E’chiaro solo un fabbisogno crescente che rende indispensabile il ruolo futuro dell’OPEC in termini di approvvigionamento, che denuncia la carenza dei biocarburanti ancora fermi a meno di 2 milioni di barili al giorno, che stimola la ricerca delle scisti bituminose. Naturalmente, tutto ciò alla luce degli incredibili ritardi nella riduzione dei consumi e nella ricerca di fonti alternative; anche da questo punto di vista gli impegni assunti da singoli Stati e da organismi sopranazionali sembrano rientrare nel novero delle stime di improbabile misurazione, un’orgia di cifre assai poco attendibili. O meglio utilizzabili, come le rilevazioni delle dotazioni energetiche, per muovere un ormai gigantesco mercato finanziarizzato in cui i numeri fanno tendenza, questa sì decisamente reale nel determinare effetti concreti sui miliardi di titoli circolanti. Non è un caso allora che si sia registrata una fortissima crescita, dal 2002 al 2008, dei listini dei paesi emergenti, quelli dove sono più diffuse le materie prime e l’energia, con ritmi straordinari: secondo l’indice Morgan Stanley relativo a tali piazze si è avuta una crescita del 340% in cinque anni.
Si assiste così al paradosso della moltiplicazione dei numeri quasi finalizzata a sé stessa, a generare ricchezza e non certo a misurare quella reale, per molti versi soggiogata dall’ipertrofia autoreferente delle cifre. Una parte del mondo sfugge ad essa, ed un’altra ne dipende; in mezzo poi si pone l’enorme massa del reddito che scaturisce dall’economie emergenti. Anche le monete sembrano sempre più vittima di questo sganciamento dalla realtà tanto è vero che il dollaro si deprezza nei confronti dell’euro, ma la dollarizzazione, la quantità di attività denominate in dollari, si riduce molto lentamente; è evidente che la fiducia nel biglietto verde non si lega solo al PIL USA, afflitto da varie difficoltà e da una bilancia commerciale pesantemente passiva. Del resto le monete che almeno in parte si eurizzano sono quelle di paesi politicamente molto schierati, Iran, Venezuela, Cuba, Siria, persino Sudan, preoccupati delle eventuali sanzioni valutarie USA e certo interessati a indebolire l’egemonia statunitense. La politica torna a recuperare spazio dopo il crollo delle ideologie, a fronte di una acquisita, maggiore volatilità nel rapporto fra cartamoneta, riserve pregiate e fondamentali economici.

 

Alessandro Volpi, Università di Pisa

    
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