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La rubrica settimanale del Prof. Alessandro Volpi

"Moneta Europea"

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Immagine articolo - Il sito d'Italia

La campagna elettorale è entrata ormai nel vivo e le proposte delle varie forze politiche tendono ad acquisire caratteri sempre più accesi. Silvio Berlusconi ha messo in fila una raffica micidiale composta di restituzione cash-abolizione dell’Imu prima casa, condono tombale e 4 milioni di posti di lavoro mentre il premier Monti, più modestamente, ha proposto il congelamento dell’Iva, la riduzione della pressione fiscale Irpef per 15 miliardi nell’arco della legislatura e il dimezzamento dell’Irap entro il 2017. Il segretario del Pd, Pierluigi Bersani, ha invece, tra le altre idee, avanzato l’ipotesi del pagamento dei debiti delle Pubbliche Amministrazioni nei confronti delle imprese per un ammontare totale di 50 miliardi in 5 anni, da finanziare emettendo Btp Italia. Si tratta in quest’ultimo caso di una proposta mirata a far emergere un debito già esistente e a procedere finalmente a liquidarlo; una proposta che avrebbe bisogno di un opportuno recepimento in sede europea per renderla decisamente meno gravosa, scomputandone almeno in parte gli effetti sul debito complessivo del paese. In tale ottica Bersani coglie un punto centrale della attuale discussione economica e politica; per uscire realmente della crisi l’Italia ha bisogno di un’Europa meno inchiodata ai fondamentali del rigore. I parametri di Maastricht - in particolare quelli relativi al rapporto debito-Pil al di sotto del 60% e al rapporto deficit-Pil al di sotto del 3% -, sono largamente disattesi dai principali paesi europei. Anche il pericolo di un’inflazione galoppante che aveva in buona misura motivato tali parametri all’inizio degli anni Novanta non sembra esistere più ed anzi sta profilandosi tra gli Stati Uniti - e di conseguenza i paesi “dollarizzati” come la Cina -, il Giappone e l’Europa una “guerra delle monete” in cui proprio il Vecchio Continente rappresenta l’area con la valuta più forte e quindi soggetta a maggiori difficoltà nelle esportazioni. Peraltro, nel caso italiano, il danno derivante da una valuta troppo forte non colpisce solo le imprese votate all’esportazione ma anche quelle medio-piccole che subiscono sul mercato interno la concorrenza di aziende di paesi con una moneta debole. Sempre sul versante italiano, poi, l’Europa ha rappresentato e rappresenta un costo certo non irrilevante. Dal 2007 al 2013, il saldo tra quanto l’Italia ha versato al bilancio europeo e quanto ha ricevuto è stato negativo di ben oltre i 20 miliardi di euro, a cui vanno aggiunti negli ultimi due anni i contributi, ingenti, al Fondo Salva Stati e all’Esm, in sostanza ai meccanismi di salvataggio dei paesi e delle banche in difficoltà. Di tali meccanismi il nostro paese non ha ancora beneficiato direttamente mentre ha avuto l’inderogabile esigenza dell’intervento della Bce per l’acquisto, soprattutto nell’estate del 2011, dei titoli di Stato che non trovavano compratori sul mercato primario: una necessità dettata dall’urgenza della crisi e dalla mole gigantesca del debito italiano che tuttavia è lievitato anche per il brusco rialzo dei tassi di interesse e degli spread, a concreta dimostrazione di una almeno parziale inefficacia delle moneta unica come scudo protettivo contro eventuali attacchi speculativi. In estrema sintesi, l’Europa del rigore pare avere sempre minori giustificazioni macroeconomiche e risulta decisamente onerosa per l’Italia che, afflitta da una valuta troppo forte e pressata da un contributo annuo alle varie voci dell’ “eurosistema” e dall’abbraccio mortale del Patto di Stabilità, ne trae un vantaggio solo in relazione alla possibilità di rallentare gli spread. Il bilancio varato dal Consiglio Ue per il 2014-2020 non sembra in grado, in alcun modo, di uscire da questo schema del rigore sia in termini quantitativi sia in quelli qualitativi in merito alla distribuzione tra le diverse voci. Tutto ciò non dovrebbe indurre a posizioni di eurofobia o alla frettolosa conclusione che i nostri mali dipendono dall’Europa matrigna, ma dovrebbe piuttosto stimolare un dibattito politico maturo circa l’urgenza di un ripensamento condiviso di alcuni aspetti centrali dell’architettura europea. Da più parti è stata ventilata l’ipotesi di rimettere mano alla politica monetaria nella coscienza che solo in quella sede posono emergere soluzioni realmente strategiche per la crisi degli investimenti: ci sono in circolazione circa 35 mila miliardi di euro, un aumento del 5% di tale massa produrrebbe nuova moneta per 1500 miliardi che, nelle condizioni attuali, non sarebbero una fonte di pericolosa inflazione, ma costituirebbero una vitale linfa per la ripresa.

 

Alessandro Volpi, Università di Pisa.

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