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LA RUBRICA DEL PROF. ALESSANDRO VOLPI

La morte di Amy Winehouse e le storie "dannate" della musica viste dal Prof. Alessandro Volpi

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Immagine articolo - Il sito d'Italia

"E' morta una grande cantante soul che ha saputo suscitare, con un istinto quasi brutale, un insieme di immagini e di sensazioni dove si sono fusi miracolosamente in maniera eretica e virulenta lo spirito del mod e l'ossessione del back to black.

Amy Winehouse, 27 anni, è deceduta nel suo appartamento londinese di Camden Square in circostanze che la polizia ha definito ancora da chiarire. Ad ucciderla in realtà sembra sia stato un micidiale mix di alcool, droga e farmaci e soprattutto una disperata volontà di autodissoluzione, perseguita con lucida incoscienza. Questa esistenza, costantemente febbricitante nel delirio dell'eccesso, è stata punteggiata di apparizioni spesso stonate, di cancellazioni di concerti e di fughe dal palco. Ma in tale esistenza hanno preso corpo alcune esibizioni uniche e un disco capolavoro, uscito nel 2006 e impresso nella storia musicale dell'ultimo decennio. Simili apparizioni hanno trasformato la cantante inglese in una formidabile mutante capace di vestire i panni stretti e persino forzati della frattura sociale e culturale che ha riportato in vita, per un lasso di tempo troppo breve, l'esercizio illusionistico e illusorio della ribellione assoluta come condizione esistenziale espressa in maniera immediata dalla musica. Si tratta di una condizione già vissuta in passato da due grandi artiste che hanno ipnotizzato la loro era. La prima è stata Janis Joplin - Janis come la madre di Amy Winehouse - morta a Los Angeles il 4 ottobre 1970 che nel corso di una fulminea carriera, consumatasi tra il 1965 e il decesso improvviso, ha infranto ogni canone di rappresentazione sociale. Da voce della Big Brother and the Holding Company a cantante solista accompagnata dalla Kozmic Blues Band, Janis Joplin ha inventato u nuovo lessico del soul e del blues, usando il proprio meraviglioso strumento vocale per spostare l'asse culturale del suo tempo oltre l'idea stessa di segregazione e di disuguaglianza: le corde vocali, allenate da defatiganti sessioni di costruita improvvisazione, sono state in tale senso un veicolo di sconquassamento del sistema di valori e di riferimenti di intere generazioni giovanili. Un album come Pearl, pubblicato postumo nel 1971, ha contribuito a modificare non solo il novero dei percorsi musicali possibili e immaginabili ma ha plasmato, in forme sia pur grezze e spontanee, il più generale rapporto tra espressioni culturali e dinamiche sociali. Nella breve esistenza della Joplin, studentessa di Scienze sociali all'Università di Houston, tale rapporto si è manifestato in una istantanea tutta biografica tanto nitida quanto priva di coerenza politica proprio perché troppo visceralmente personale; un'estetica comunitaria declinata al femminile secondo un'accezione che rifiutava le gerarchie valoriali consolidate partendo proprio dal maschilismo del rock and roll. Forse la formula più efficace per riassumere una simile condizione è rintracciabile in una ribellione diffusa, propagata dai suoni di un mutamento radicale che non poteva essere espresso, data la sua visceralità, da altre forme più strutturate. Tale ribellione, deformata dall'immaginario lisergico, trovò una interpretazione più calligrafica nel bellissimo volto di Grace Slick, le cui asperità caratteriali erano state solo occultate dal passaggio dalla gelida Chicago agli aromi della California. I suoi Jefferson Airplane furono un gruppo politico in senso esteso, tra gli artefici della calda estate del 1967, in cui ebbero gestazione molti degli ideali delle successive rivolte giovanili, sublimati dalle ruvide strofe di Volunteers e dalla rosee raffiche elettriche di Surrealistic Pillow. Anche Grace Slick ha camminato a lungo sul pericoloso orlo del pendio, mettendo in fila follie e gesti clamorosi dove la frattura sociale passava, ancora una volta, attraverso i rituali dell'eccesso senza compiere tuttavia l'inutile sacrificio finale. Janis Joplin e Grace Slick divennero così le espressioni planetarie di un paradigma rivoluzionario in cui una dimensione culturale onnivora produceva segnali politici forti ma afoni senza quella musica. Le comunità di quegli anni erano però in grado di cogliere il senso dei tempi e decifrare nelle note il substrato politico e sociale di un linguaggio nuovo. Amy Winehouse si è trovata a vivere una stagione dove la sua capacità, involontaria e dolorosa, di esprimere una rottura sociale è rimasta una straordinaria vertigine cancellata dall'immondizia del gossip e da infinti tentativi di clonazione. Da Andy Warhol a X Factor, il pubblico è cambiato."

Alessandro Volpi

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