massacarrara
skyline
facebook twitter youtube Feed RSS

 

X
  • Notice: Undefined variable: node in theme_fb_social_comments_block_comments_view() (line 116 of /var/www/pressflow/sites/all/modules/fb_social/modules/fb_social_comments/fb_social_comments.module).
  • Notice: Trying to get property of non-object in theme_fb_social_comments_block_comments_view() (line 116 of /var/www/pressflow/sites/all/modules/fb_social/modules/fb_social_comments/fb_social_comments.module).
Rubrica Prof. Alessandro Volpi

REFERENDUM E SECESSIONE ALLA LUCE DELLA COSTITUZIONE ITALIANA.

  • Notice: Undefined variable: node in theme_fb_social_comments_block_comments_view() (line 116 of /var/www/pressflow/sites/all/modules/fb_social/modules/fb_social_comments/fb_social_comments.module).
  • Notice: Trying to get property of non-object in theme_fb_social_comments_block_comments_view() (line 116 of /var/www/pressflow/sites/all/modules/fb_social/modules/fb_social_comments/fb_social_comments.module).
Immagine articolo - Il sito d'Italia

Immaginare un processo di secessione realizzato attraverso referendum significa concepire un percorso che non è previsto nella Carta Costituzionale. La legge fondamentale dello Stato non prevede infatti ipotesi di questo tipo, anzi sia l’articolo 5 sia l’articolo 139 affermano che la forma della Repubblica non può essere oggetto di revisione costituzionale. Sarebbe costituzionalmente praticabile semmai la strada della fusione tra più regioni ma tali macroregioni non avrebbero certamente alcuna sovranità indipendente. In tale senso fare appello, come ha fatto la Lega,  all’adesione italiana, votata nel 1966, alla dichiarazione dei diritti dei popoli per invocare l’autodeterminazione, e quindi motivare l’ammissibilità di un referendum “secessionista”, è veramente molto debole in termini di legittimità. Dunque, simili richiami di natura secessionista si collocano su un piano che per moltissimi versi risulta “extra legem”  in quanto la Costituzione riconosce la sola sovranità del popolo italiano. Peraltro, questa retorica antinazionale produce l’effetto di indebolire in maniera evidente, piuttosto che rafforzare, il progetto di trasformazione in senso federale dello Stato; un progetto difficile e certamente non troppo coltivato dalla cultura politica italiana. Nella prima parte dell’Ottocento infatti aveva trovato largo seguito l’idea del “municipalismo”, espressa da autori molto seguiti come Sismondi e dal cenacolo di Madame de Stael, per i quali la migliore tradizione storico-politica del nostro paese era costituita dalle Repubbliche dell’età di mezzo, identificate con l’organizzazione comunale, capace a differenza di quanto avvenuto in altre fasi della storia italiana, di garantire le libertà individuali. Questo municipalismo aveva trovato una prima espressione istituzionale nel dibattito costituzionale del 1848, quando alcuni progetti di Statuti degli Stati preunitari avevano concepito l’ipotesi di una Camera rappresentativa degli istituti di governo locale, i soli per i quali si riteneva legittima ed opportuna la natura elettiva. In un simile quadro, il dibattito sul federalismo più propriamente detto, che coinvolgeva pensatori come Carlo Cattaneo, Giuseppe Ferrari, Niccolò Tommaseo, Cesare Balbo, aveva ad oggetto prima ancora della forma di Stato in se stessa le modalità di acquisizione dell’indipendenza nazionale; in altre parole il federalismo in quella fase non aveva una ragion d’essere autonoma ma si legava intimamente alla ricerca di soluzioni di emancipazione dalla presenza asburgica che fossero realizzabili sia con lo strumento delle riforme, sia con il ricorso alla rivoluzione. Solo dopo l’indipendenza il tema della forma dello Stato avrebbe assunto, in tali interpretazioni, una prospettiva autonoma e autosufficiente in termini teorici. Con l’Unità e la fulminea aggregazione dell’ex Stato delle due Sicilie, molta parte della Destra storica al governo abbandonò le aspirazioni municipalistiche e decentrate perché temeva che l’arretratezza del Meridione e soprattutto il diffuso sentimento anti-italiano in quelle zone trovassero nel decentramento locale lo strumento per favorire il ritorno dei Borboni. Gli autori e i politici, come Marco Minghetti e Ruggero Borghi, che rimasero sostenitori del decentramento si orientarono invece a declinarlo nei termini dello strumento di contenimento dei nascenti “partiti” dotati di rappresentanti eletti in parlamento. Non si profilava nessuna dinamica federale in senso stretto quindi quanto l’idea di un decentramento, tutto amministrativo, necessario per arginare le invadenze delle clientele elettorali tipiche del sistema parlamentare. In tale ottica, per i liberali italiani di fine secolo, a cominciare da Silvio Spaventa e da Antonio Salandra, il rafforzamento dei poteri locali non aveva valore in sé ed era motivato solo dall’esigenza di un bilanciamento istituzionale che sarebbe avvenuto in primo luogo attraverso la giustizia amministrativa o non meglio precisati “enti corporativi”. Non è un caso che, in quella prospettiva, gli amministratori locali sarebbero dovuti provenire dalle classi “agiate” e avrebbero dovuto svolgere la loro funzione senza retribuzione alcuna; una visione quindi decisamente impolitica. Anche per i padri della scienza politica italiana, Gaetano Mosca, Pasquale Turiello e Vittorio Emanuele Orlando, il decentramento si legava all’esigenza di selezionare la classe dirigente locale evitando di passare per il vaglio delle urne perché ritenuto fonte di corruzione. Nella medesima prospettiva, sia pur con motivazioni ben distanti, numerosi sostenitori del trasferimento delle funzioni in periferia erano rintracciabili fra i cattolici e fra gli anarchici, entrambi preoccupati dell’eccessiva influenza dell’autorità statuale. La cultura politica italiana, almeno fino alla fine del fascismo, che certo non ha mai gradito ipotesi federali, non ha riconosciuto una piena legittimità teorica alla questione del trasferimento dei poteri in sede decentrata e tanto meno ha ipotizzato forme di destrutturazione del potere statuale. Il federalismo si è scontrato poi aspramente con la repubblica dei partiti e con la costruzione dello Stato sociale. Legare ora le ipotesi di federalismo ad un impossibile secessione determina l’effetto di scatenare un fortissimo livello di scontro che finirà per avvelenare i pozzi del dibattito federalista, necessario invece per riformare e rendere più democratico ed efficiente l’ordinamento statuale.

A cura di: Prof. Alessandro volpi

Manda i tuoi comunicati stampa a: [email protected]
Quotidiano Apuano - vecchio sito