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La rubrica settimanale del Prof. Alessandro Volpi

"Salvataggio di Cipro"

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Immagine articolo - Il sito d'Italia

Alla fine, in piena notte, l’Europa ha faticosamente trovato il modo di salvare Cipro e soprattutto la propria moneta. Lo ha fatto, ancora una volta, in ritardo, dopo aver immaginato una soluzione inutilmente troppo rigida che ha gettato nuovo discredito sulle capacità dell’Eurozona di fare una politica comune, e intelligente. La Germania ha ulteriormente inasprito l’ostilità ormai molto diffusa nei suoi confronti, mostrando di voler imporre a tutti i propri partner i sacrifici necessari a rassicurare solo gli elettori tedeschi, forse eccessivamente miopi e in parte resi astiosi da una pessima distribuzione della ricchezza nazionale con il 10% della popolazione che possiede oltre il 60% del totale. Una simile durezza ha spevantato le borse, distruggendo miliardi di euro di capitalizzazione societaria, inaridendo la linfa del credito e mettendo gli spread sull’ottovolante. Più di ogni altra cosa poi la crudezza germanica ha acceso nuovamente la miccia dell’euro, una moneta che vive il paradosso di essere quasi una merce rara, non “stampata” perché di fatto totalmente nelle mani delle banche, e al tempo stesso sempre sull’orlo della crisi di nervi a causa delle debolezze congiunte delle stesse banche e dei debiti pubblici di cui sono imbottite. L’ennesimo salvataggio dell’ultima ora è avvenuto con le banche cipriote chiuse, con i bancomat svuotati, in piena agonia parlamentare e con la gente, inferocita e atterrita, in piazza. Si è consumato scavando l’ultima trincea difensiva a protezione dei depositi al di sotto dei 100 mila euro e con una ancora incerta “ristrutturazione” delle due principali banche del paese; una sorta di linea Maginot con la quale provare a difendere la credibilità dei depositi in euro non solo a Cipro ma in tutto il Vecchio Continente. Basterà? Forse sì nell’immediato, mentre è più difficile fare previsioni per il futuro dal momento che i dubbi sono tanti. Ormai l’insolvenza è diventata possibile per gli Stati sovrani, come è avvenuto per la Grecia, e per le banche, come è accaduto in Irlanda e in Spagna. La “ristrutturazione” dei depositi sopra i 100 mila euro conservati presso la Laiki Bank e la Ciprus Bank, la loro probabile conversione in bond di uno Stato in panne sono l’ultima, e certo non finale, frontiera di un’Europa divenuta insicura nonostante la camicia di forza di Maastricht che strangola ogni ipotesi di ripresa e si spinge a contestare la legittimità dei pagamenti dei crediti delle imprese nei confronti della pubblica amministrazione perché gonfiano in termini nominali un indebitamento già di fatto esistente. Prima che i pericolosi cantori della moneta nazionale celebrino la loro retorica autarchica bisogna che la Bce e i meccanismi di stabilizzazione dell’euro si affrettino a seguire il modello americano e ad aprire i rubinetti per dare respiro agli Stati. Non morirermo certo d’inflazione, ma assai probabilmente di paura, se costituisce una minaccia molto seria persino un paese di circa 850 mila abitanti, a lungo allievo modello della scuola che sosteneva di fare della concorrenza fiscale e della crescita del sistema bancario i principali motori dell’economia. La crisi ha fatto emergere tutte le lacune dell’architettura europea, priva di una vigilanza centralizzata sulle banche, di una politica monetaria non dettata solo dal target di inflazione, di un’armonizzazione fiscale e di una cultura della solidarietà in grado di superare gli squilibri tra paesi con bilance commerciali troppo in rosso e quelli con le esportazioni in costante crescita. La Grecia è ancora in pieno dissesto, Spagna e Lussemburgo hanno un sistema bancario ben più grande del Pil nazionale e l’Italia ha un debito e una situazione politica esplosivi. Senza un’Europa vera, ci può essere un caso Cipro dietro ogni angolo.

 

Alessandro Volpi, Università di Pisa

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