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Appello di Legambiente Carrara

"Fiumi e sorgenti inquinati da marmettola: è questa la volontà degli enti pubblici?"

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Immagine articolo - ilsitodiFirenze.it

Comune di Carrara:

- Sindaco, Francesco De Pasquale

- Assessore all’Ambiente, Sarah Scaletti

- Assessore al Marmo, Alessandro Trivelli

- Dirigente Marmo e Ambiente, Franco Fini

 

Arpat, Dip. di Massa Carrara

- Resp., Gigliola Ciacchini

  

GAIA:

- Presidente, Vincenzo Colle  

- Direttore Generale, Paolo Petruzzi

 

Regione Toscana:

- Presidente, Enrico Rossi

- Ass. Infrastrutture, Vincenzo Ceccarelli

- Ass. Ambiente, Federica Fratoni

- Dir. Ambiente, Edo Bernini

- Dir. Gen. Giunta, Antonio Davide Berretta

 

 

 

 

Premessa

 

I ricorrenti episodi di intorbidamento dei fiumi e delle sorgenti da marmettola e terre di cava testimoniano l’assoluta inadeguatezza delle misure preventive e repressive messe in atto dalla pubblica amministrazione.

 

A più riprese abbiamo rivolto agli enti pubblici appelli, richieste e proposte per affrontare il problema (si veda, ad esempio, il Dossier marmettola: l’inquinamento autorizzato, 1/6/2016).

 

Anche il rilevante potenziamento del personale addetto ai controlli ambientali sulle cave non ha scalfito il fenomeno, né mai potrà farlo, finché non si affronterà il nodo fondamentale: il rilascio di autorizzazioni prive di prescrizioni adeguate (equivalenti, di fatto, a licenze a inquinare) e la mancata previsione di sanzioni per le inadempienze, infatti, vanificano in partenza l’efficacia dei controlli stessi.

 

Sembra quasi che l’intero sistema pubblico di regolamentazione e controllo delle cave risponda a un disegno unitario ispirato dalla priorità di non arrecare disturbo agli imprenditori dell’estrazione.

 

Nella convinzione (e, comunque, nella speranza) che ciò non sia vero, rivolgiamo un appello agli enti destinatari del presente documento, suggerendo a ciascuno di essi il contributo che potrebbe dare per la soluzione del problema (anche qualora gli altri enti non intendessero far nulla).

 

 

I rischi dell’assuefazione al peggio

 

Ancora una volta, dopo la pioggia dei giorni scorsi, il Carrione è diventato molto torbido: bianco (per la marmettola in sospensione) con una leggera tonalità marrone (per le terre associate alla marmettola). Il fenomeno si verifica da così tanti anni che molti carraresi vi si sono assuefatti e quasi non ci fanno più caso.

 

L’assuefazione, però, portando alla rassegnazione e spegnendo l’indignazione nei confronti di un’in­giustizia, è tra le peggiori malattie. Così, sebbene l’inquinamento da marmettola sia palese a tutti, molti l’hanno ormai accettato e, addirittura, non ne colgono più la gravità.

 

Eppure già da 35 anni (nel volume della Comunità Montana delle Apuane “Impatto della marmettola sui corsi d’acqua apuani”, 1983) è stato dimostrato che la marmettola, pur essendo priva di tossicità, è un inquinante fisico micidiale che provoca nei fiumi un impatto biologico superiore a quello degli scarichi fognari e riduce drasticamente le comunità dei macroinvertebrati acquatici, fino alla loro totale scomparsa. Sedimentando nell’alveo, infatti, la marmettola occlude gli interstizi tra i ciottoli, distrugge la varietà dei microhabitat, occlude le branchie di invertebrati e pesci, seppellisce le forme vitali fissate al substrato (comprese le microalghe che sono alla base delle catene alimentari acquatiche), forma uno strato impermeabile e asfittico, stronca il potere autodepurante dei fiumi.

 

È vero che non tutti sono sensibili all’inquinamento dei fiumi, ma forse anche a questi si rizzerebbero i capelli se sapessero che l’intorbidamento del Carrione è solo il segnale visibile di un altro fenomeno, invisibile ma ancor più pericoloso: la stessa acqua (anzi, ancor più torbida!) finisce, infatti, nelle 12 sorgenti che alimentano l’acquedotto cittadino.

 

Il fenomeno è poco percepito dai cittadini perché l’impianto acquedottistico è dotato di sensori di torbidità che escludono dalla rete le sorgenti la cui torbidità supera una determinata soglia (tale da rendere le acque non trattabili dagli impianti di filtrazione, pur potenti). Pertanto i cittadini se ne accorgono solo quando TUTTE le sorgenti sono contemporaneamente inquinate. È proprio la rarità dell’evento contemporaneo che fa percepire come rari anche i casi, molto frequenti, di inquinamento di una o più sorgenti.

 

 

 

Le cause: la responsabilità delle cave

 

Sulle cause non vi è il minimo dubbio: la marmettola e le terre che intorbidano i fiumi e le sorgenti non sono altro che i rifiuti che le cave abbandonano al monte.

 

Il percorso degli inquinanti è ben illustrato nel breve video Marmettola: dalle cave alle sorgenti (24/7/2016). Basta comunque uno sguardo ai piazzali di cava pieni di marmettola, alle vie d’arroccamento e ai ravaneti, oggi stracolmi di terre, per comprendere che questi materiali fini saranno dilavati dalle piogge: la frazione di acque torbide che scorre in superficie intorbida i fiumi, mentre quella che si infiltra nelle fratture carsiche del marmo alimenta l’acquifero e sgorga nelle sorgenti.

 

 

La responsabilità del Comune

 

Per quanto l’abbandono di terre e marmettola al monte sia un comportamento spregevole e irrispettoso dell’ambiente e delle risorse della comunità, non stupisce che sia praticato da imprenditori senza scrupoli, che badano solo al loro profitto.

 

Stupisce maggiormente e scandalizza, invece, che tali pratiche siano tollerate o addirittura autorizzate dall’ammi­nistrazione comunale che, per dovere istituzionale, è preposta a tutelare l’interesse pubblico.

 

Va riconosciuto che da qualche anno anche il Comune di Carrara prescrive, all’interno delle autorizzazioni, la pulizia delle superfici di cava (mentre ammette marmettola e terre nelle rampe e nelle vie d’arrocca­mento); tuttavia, non prevedendo sanzioni, tale prescrizione resta del tutto inefficace. Di fatto, pertanto, l’autorizzazione equivale ancora a una licenza a inquinare.

 

Da oltre vent’anni chiediamo l’emanazione di un’ordinanza “cave pulite come uno specchio” che imponga una scrupolosa e continua pulizia di tutte le superfici di cava, il divieto di impiegare materiali fini nelle vie d’arroccamento e il divieto del loro abbandono al monte.

 

Il mancato accoglimento di questa misura di civiltà rivela che in tutta l’amministrazione comunale è ormai profondamente radicata una subalternità culturale agli interessi degli imprenditori del marmo, che vengono anteposti a quelli della comunità.

 

Nel vicino Comune di Massa qualcosa si sta muovendo: il dirigente del settore ambiente e attività produttive ha emanato nel novembre 2017 un’ordinanza “cave pulite” che prescrive, tra l’altro, di tenere pulite le superfici di cava, le rampe e le vie d’arroccamento, pena sanzioni da 300 a 3000 euro, di per sé irrisorie, ma accompagnate dalla ben più dissuasiva sospensione dell’attività di cava. A dimostrazione che non si trattava di grida manzoniane, nei giorni successivi sono state applicate le prime sospensioni del­le attività estrattive. È ora che anche il Comune di Carrara si muova.

 

 

Cosa chiediamo: alla Regione, al Comune, all’Arpat, a Gaia

 

Alla Regione chiediamo di introdurre nell’art. 52 della LR 35/2015, accanto alle sanzioni pecuniarie ivi previste, la sospensione dell’autorizzazione nel caso di violazioni delle prescrizioni ambientali (e il suo ritiro nel caso di recidiva).

 

Nel frattempo, preso atto che, sebbene le autorizzazioni prescrivano di tenere pulite le superfici di cava, tale prescrizione non è rispettata da nessuna cava (né ci risulta che venga comminata la sanzione di 5.000-50.000 euro prevista dall’art. 52 comma 5), chiediamo alla Regione di effettuare i controlli diretti previsti dall’art. 51 comma 3, comminando tale sanzione.

 

Chiediamo inoltre, nell’ambito del coordinamento dei controlli effettuati dai diversi enti, di dare espliciti indirizzi comportamentali per applicare sistematicamente le, pur deboli, sanzioni già previste.

 

Per inciso, facciamo notare che, in mancanza di una politica attiva fortemente improntata a percorrere tutte le strade possibili per conseguire la tutela dell’ambiente, intravediamo il grave pericolo che le nuove leve di tecnici assunti dalla Regione per i controlli ambientali subiscano l’imprinting di una mentalità rassegnata a considerare naturale e legittimo l’inquinamento generato dalle attuali modalità di escavazione. Si tratterebbe di un grave danno che toglierebbe ogni speranza, anche per il futuro.

 

Al Comune rinnoviamo la richiesta di emanare l’ordinanza sindacale (o dirigenziale) “cave pulite come uno specchio” che vieti marmettola e terre esposte al dilavamento meteorico, sia in cava che nelle vie d’arroccamento, accompagnata da sanzioni veramente dissuasive: sospensione dell’atti­vità estrattiva fino al completo adeguamento e ritiro definitivo dell’autorizzazione in caso di recidiva.

 

All’Arpat, oggi potenziata con numerosi operatori addetti proprio al controllo delle cave, chiediamo di contestare alle cave sporche (oltre alla violazione delle prescrizioni dell’autorizzazione, sanzionata dal citato art. 52 comma 5 della LR 35/15) la violazione dell’art. 192, commi 1 e 2 del D. Lgs. 152/2006 (abbandono di rifiuti sul suolo e immissione di rifiuti di qualsiasi genere nelle acque superficiali e sotterranee).

 

Sebbene le sanzioni previste siano irrisorie, esse sono accompagnate dall’obbligo di procedere alla rimozione dei rifiuti e il sindaco è tenuto a ordinarne le modalità e il termine, trascorso il quale deve procedere d’ufficio alla pulizia, recuperando le spese dalle cave. Come si vede, è una procedura lunga e farraginosa ma, se l’Arpat contestasse alle cave sporche (cioè a tutte) tale violazione, il Comune si troverebbe subissato da una tal mole di pratiche amministrative (emanazione di decine di singole ordinanze, assegnazione della pulizia delle cave a ditte esterne, contenziosi, procedure di recupero dei costi, ecc.) che si convincerebbe a emanare la ben più semplice ed efficace ordinanza che prevede, come sanzione, la sospensione dell’autorizzazione.

 

Anche Gaia, in quanto parte lesa per l’inquinamento delle sorgenti, può dare il suo contributo alla soluzione del problema pubblicando mensilmente (sul proprio sito e su quello del Comune) tutti gli episodi di intorbidamento di ciascuna sorgente di Carrara (precisandone nome, data, ora e torbidità) e le precipitazioni quotidiane (al fine di permettere la correlazione tra torbidità e piogge).

 

Darebbe in tal modo un contributo fondamentale alla formazione di una consapevolezza pubblica del problema, prerequisito per ottenere il sostegno dell’intera cittadinanza alla sua soluzione.

 

Ci auguriamo che tutti gli enti si scuotano dal loro torpore e diano ciascuno il proprio contributo alla soluzione di un problema annoso che danneggia la comunità e le sue risorse più preziose.

 

Ci auguriamo che tutti gli enti si raccordino per adottare una strategia comune con l’obiettivo della completa eradicazione del problema e che, in ogni caso, ciascun ente dia il proprio contributo alla soluzione di un problema annoso che danneggia la comunità e le sue risorse più preziose.

 

 

Legambiente Carrara

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