Nell’ambito dei nuovi scenari geopolitici tendono ad emergere alcune linee di faglia evidenti, una delle quali passa attraverso il ruolo più o meno centrale delle statualità, nel senso che esistono aree del pianeta dove gli Stati si ricompongono, magari appesantendo oltre misura il loro indebitamento, e altre dove si sono dissolti o stanno dissolvendosi, cadendo, in maniera altrettanto paradossale sotto i colpi del debito. Anche la crisi greca, come del resto quella argentina del 2001 e numerose altre, esplose a partire dagli anni Novanta, possono essere inserite in un simile quadro di parziale e, nel caso dell’Argentina temporanea, riduzione degli spazi dell’autorità statuale. In molte di queste aree ultime, con la ritirata forzata dello Stato, sta diffondendosi quella che da più autori è stata definita come l’economia informale, una progressiva rarefazione degli strumenti tradizionali dell’economia, a partire dalla moneta, sostituiti da forme di scambio non “codificate” convenzionalmente ed espressione di una sostanziale autorganizzazione delle comunità locali. Per capire meglio questo fenomeno estremamente complesso e difficilmente sintetizzabile sono necessarie alcune considerazioni preliminari. Molti autori, a partire da Wallerstein, hanno ritenuto che la globalizzazione, con la sua corsa alla delocalizzazione e al ribasso salariale, avrebbe posto fine alla informalità dell’economia mondo, ingabbiandola dentro i contorni di un sistema salariale e di organizzazione del lavoro assai definiti, assai lontani dagli standard europei e dunque più vicini all’economia informale; sistemi con meno regole, con meno retribuzioni, ma dentro forme in qualche misura istituzionalizzate. Quella che Latouche ha definito come l’ “occidentalizzazione” del mondo, intesa nei termini dell’estensione al resto del pianeta di quello che lo stesso Latouche ha chiamato il modello occidentale declinato però in un ambito con minori garanzie e pressoché nulle tutele. In realtà il nuovo mercato planetario del lavoro ha finito per fare propri alcuni elementi dell’informalità – la mancanza di contratti di lavoro, di soggettività giuridica, di riconoscibilità del lavoratore – che hanno finito per dissolvere la natura stessa di sistematicità dell’organizzazione del lavoro globalizzato. In molte parti del mondo, la transizione incompiuta alla globalizzazione ha prodotto sistemi produttivi dove la forza lavoro ha continuato ad essere in parte contadina; la delocalizzazione in aree di campagna, in vaste aree non ancora urbanizzate, ha mantenuto in vita la figura “preindustriale” del soggetto pluriattivo, per il quale appunto l’informalità era decisiva. Si trattava infatti di un soggetto che non era compiutamente “operaio” (non era sindacalizzato, professionalizzato etc..) e non era più neppure un contadino “mercantilizzato”, ma si limitava a produrre per i circuiti di una commercializzazione diffusa, priva appunto di regole; nella sostanza appariva il soggetto di una “transizione incompiuta”. Proprio in tale pericolosa miscela dei tratti tipici della società preindustriale con quelli del turbocapitalismo ha costituito a lungo il punto di forza di alcune economie emergenti. Accanto a questo primo processo, la globalizzazione ha facilitato il diffondersi dell’economia informale contribuendo alla dissoluzione degli assetti istituzionalizzati della statualità e del mercato. Gli effetti dei piani di aggiustamento strutturale e del deterioramento delle ragioni di scambio, insieme alle grandi privatizzazioni, hanno debilitato le strutture sociali e hanno ampliato l’area dell’illegale e del sommerso: esemplare in tal senso la diffusione delle economie illegali degli stupefacenti. La privatizzazione ha spesso implicato una destatualità sia della gestione economica (ong, FMI), sia della gestione dei processi politici (militarizzazione “privata”). Gli effetti di questa globalizzazione hanno poi innescato una rapida e virulenta urbanizzazione, o meglio ancora un caotico inurbamento, che è oggi uno degli stimoli primari all’informalità. Nel 2006 la popolazione delle città ha superato quella delle campagne; un processo difficile da definire, prima di tutto in termini quantitativi (si tratta infatti di un inurbamento in gran parte in città con meno di 500 mila abitanti, visto che le megalopoli “accolgono” oggi solo il 9% della popolazione mondiale, ma in tali città di medie dimensioni prevalgono le baraccopoli, gli slum: in Africa quasi la metà della popolazione vive in baraccopoli, e il fenomeno più evidente è quella della riduzione dell’area realmente “urbanizzata” nelle città, rispetto a quella “informale (30% della superficie contro 70%). La globalizzazione ha in alcune zone portato alla privatizzazione di molti servizi, presenti quindi ormai solo nelle città, che sono divenute inevitabilmente “attrattive”; inoltre le fasi produttive sono state create in aree “libere” non lontane dai centri portuali, già sede di città coloniali, che sono state rapidamente “riattivate” e popolate. Ciò che appare evidente però in tale dinamica – questa la tesi di Mike Davis – è che la rapidità degli spostamenti di capitale ha spiazzato la formazione stessa dei centri produttivi e abitati, per cui le città sono cresciute e le migrazioni sono partite quando anche il capitale stava partendo, per cui si è determinato un quadro nel quale attraggono masse enormi centri ormai deindustrializzati e questo diventa il formidabile volano della creazione degli slum e delle baraccopoli che finiscono per vivere nella sostanza di rifiuto. Esiste poi un’ulteriore questione che la “forma organizzativa” della globalizzazione, almeno quella più diffusa, non si adatta a gran parte della fisionomia di questo pianeta: esistono nel mondo circa 500 milioni di microimprese a conduzione familiare, con un inesistente rapporto con il mercato. Ci sono continenti dominati storicamente dalla microimpresa, in Africa la percentuale di microimprese rispetto al totale è del 60-70% e ciò, fra le altre ragioni, dipende dal fatto che creare qui un posto di lavoro “formale” costa decisamente troppo, circa 80 mila. In quest’ottica deve essere considerata anche la femminilizzazione di molte economie, dove le donne non sono ancora soggetto giuridico e il peso demografico preponderante dei bambini (intere economie dove il 40-50% della popolazione ha meno di 18 anni). I bambini che lavorano sembra siano oltre 250 milioni e l’80% della popolazione attiva mondiale non dispone di tutele sociali. La liberalizzazione dei flussi di merci e l’abbattimento dei dazi hanno, anch’essi, contribuito alla informalizzazione nella misura in cui hanno sottratto agli Stati gli introiti dei dazi doganali, pari circa al 30% delle entrate fiscali complessive degli Stati. Anche la nuova fase della globalizzazione, con l’ingresso di grandi paesi esportatori di manufatti a basso costo ha svolto un ruolo in tale processo, favorendo la costruzione delle “economie bazar”, del trabendo; esempio tipico, l’Algeria, che vende gas alla Cina e importa enormi quantitativi di beni, per i quali non esistono ancora le strutture formali della distribuzione (questo implica i grandi spazi di sviluppo di Wal Mart); un processo a cui si affianca il diffusissimo sistema di circolazione dei prodotti contraffatti (Bouteflika, definito dagli oppositori “presidente Taiwan”). L’informalità, l’erosione degli spazi dell’uso della moneta in molte economie sono legate poi alla riduzione delle monete internazionali a pochissime unità; l’euro che ha preso il posto del franco africano e il dollaro che è divenuto moneta di pagamento per moltissime economie deboli. Non è un caso che nelle frequenti crisi finanziarie si sia sviluppato il largo uso al baratto. Sono interessanti infine le considerazioni di Beck sulla prospettiva della modifica strutturale della nozione di lavoro che non è più rappresentata in termini di classe e ceto, ma tende ad essere l’articolazione interna e complessa di una più estesa nozione di povertà sociale in gran parte indotta dalla diffusione dell’economia informale: si pensi alla catena formale-informale legata a migranti e bandanti che costituisce una delle porte d’accesso delle economie informali nelle economie a capitalismo maturo.
Alessandro Volpi, Università di Pisa
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