A rendere ostico il rapporto della cultura politica italiana con la forma-partito contribuiva poi il fatto che sia i cattolici sia i socialisti, in quanto forze molto ideologizzate e prive, nella sostanza, almeno fino alla Prima guerra mondiale di programmi ben definiti sul versante dell’azione amministrativa, contenevano in nuce una forte vocazione populista, dichiaratamente antiparlamentare. Non è un caso in tal senso che esistesse una netta spaccatura tra il gruppo parlamentare socialista e la base del partito ancora convintamente rivoluzionaria e sensibile alle posizioni dell’anarchismo, così come una frattura permaneva tra il nucleo fondatore della CGIL, di chiara impronta riformista, e gran parte delle masse lavoratrici. Il populismo antiparlamentare si esprimeva dunque secondo linguaggi non strutturati e rivolti in maniera diretta a conquistare un consenso diffuso rispetto al quale l’organizzazione del partito era ritenuta limitante; il “popolo” piuttosto che le classi o le moltitudini, erano il soggetto di riferimento di socialisti e cattolici che immaginavano un modello di società dove non esistevano più fratture per la capacità delle loro visioni ideologiche di essere realmente omnicomprensive e dunque di non ammettere opposizioni. Evangelizzazione e reclutamento politico erano due facce della stessa prospettiva ben poco dialettica.
Altrettanto importante in un simile scenario risultava il ruolo del nazionalismo che introduceva linguaggi metapolitici: la supremazia della politica estera sulla politica interna, la simbiosi con il futurismo che ha significato la celebrazione letteraria di valori impolitici e certo non partitici, come guerra, violenza, pericolo, temerarietà. In tale ambito figurava il contraddittorio “mito della "nazione proletaria" che confondeva non solo appartenenze partitiche ma anche identità ideologiche. L'aspetto giuridico del nazionalismo portava poi alla celebrazione dello Stato e delle corporazioni come entità suprema che non ammetteva dialettica politica, secondo uno schema del resto già presente nella giuspubblicistica italiana definita da Vittorio Emanuele Orlando per il quale la nozione di “Stato persona” implicava una visione organicistica in cui non erano legittime le distinzioni di parte, ma solo quelle di funzioni. A lungo la pervasività dell’idea dello Stato come sintesi finale delle componenti sociali ed economiche è stata coltivata da larghi spezzono della cultura politica italiana. Nella medesima lettura nazionalistica compariva parimenti una feroce distinzione fra borhesia produttiva e borghesia improduttiva, con un discrimine legato alla tendenza della seconda a “politicizzarsi” e quindi a perdere legittimazione sociale.
I margini della dialettica partitica trovavano un ulteriore ostacolo nel progetto burocratico di governo tipico del periodo giolittiano che tendeva a far coincidere la politica con l'amministrazione secondo un modello ripreso poi dal fascismo; importante in tale ottica era la capacità della pubblica amministrazione, durante la fase giolittiana, di riassorbire manodopera intellettuale (in questa fase è cresciuto il numero dei laureati, passati da circa 45 a 65 ogni 10 mila abitanti tra il 1860-61 ed il 1910-11): nel periodo 1905-1911 uscivano dalle università italiane circa 5000 laureati l’anno, di cui 1600 in legge. L’amministrazione pubblica era il vero leviatano del nuovo Stato per il quale non serviva la definizione politica in senso stretto. Sul piano teorico si muovevano in questa direzione le teorie delle élite (Mosca e Pareto) per cui erano sempre le minoranze a governare: dunque il nodo decisivo era la selezione di tali élite che non poteva in alcun modo essere affidata alla politica né tantomeno ai partiti. Anche la riflessione sul Risorgimento come rivoluzione tradita (Gobetti, Dorso) spingeva nella direzione dalla sfiducia nei confronti dei processi politici che non avessero un profondo retroterra culturale condiviso. Infine pesa la mancanza di un partito liberale di massa; le maggioranze parlamentari dal 1861 al 1925 di fatto non dispongono di un partito di riferimento e una simile mancanza viene trasformata in un vero e proprio modello.
Alessandro Volpi, Università di Pisa
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