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martedì, 18 giugno 2013 - 07:12
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La rubrica settimanale del Prof. Alessandro Volpi

"Alcuni dati sull'economia italiana"

Immagine articolo - Il sito d'Italia

Le misure messe in fila durante le tre manovre del 2011 sono impressionanti, avendo portato la taglia complessiva degli interventi a oltre 82 miliardi di euro, il più pesante intervento finanziario nella storia della repubblica italiana. Tuttavia, neppure tali cifre potrebbero bastare per raggiungere il pareggio di bilancio nel 2013, secondo quanto stabilito dagli impegni europei. Il vero nodo è costituito dalla mancanza di crescita del paese che può costringere a rivedere le stime e i tempi del rientro dal deficit. L’ultima manovra, quella varata dal professor Monti, prevede il pareggio sulla base di una ipotesi di rallentamento dell’economia dello 0,4% mentre ormai tutti gli istituti di ricerca valutano tale rallentamento vicino ai due punti percentuali. Ciò significa che, per mantenere inalterato l’obiettivo del pareggio di bilancio al 2013, servirebbero altri 8-10 miliardi di euro, oltre agli 82 già contabilizzati; dunque un nuovo salasso amarissimo per gli italiani e una ulteriore conferma della scarsa credibilità dei nostri conti pubblici agli occhi dei mercati, solerti in quel caso a chiedere rendimenti più alti destinati, in un pesante circolo vizioso, ad aggravare di nuovo il conto della manovra. In realtà, l’esecutivo Monti ha due carte da spendere per evitare questa nuova costosa correzione e per infondere maggiore fiducia; l’ultima versione della manovra non contabilizza infatti le cifre che possono provenire dal recupero evasione. L’Agenzia delle entrate ha stimato un possibile recupero nel 2012 superiore agli 11 miliardi già incassati nel 2011 e se un tale recupero avvenisse sarebbe ampiamente compensato, almeno in termini meramente numerici, il rallentamento della crescita italiana. Le bellicose dichiarazioni del sottosegretario Catricalà in merito all’intenzione del governo di non “avere pietà con gli evasori” assumono così i caratteri del manifesto programmatico: combattere l’evasione rappresenta la strada per non dover fare una nuova manovra a breve e per non mettere le mani nelle tasche degli italiani che pagano le imposte. Il blitz di Cortina non è stato quindi un evento spot, né un episodio isolato ma è riconducibile ad una scelta, per molti versi obbligata, per fronteggiare i ritardi del Pil e trovare le risorse dove troppo a lungo sono rimaste nascoste. Un’altra partita molto importante è quella degli spread che devono essere tenuti sotto controllo. L’azione del governo Monti, la credibilità dei “professori”, il fiume di liquidità erogato dalla Bce e il costoso salvataggio della Grecia hanno generato un rapido e raffreddamento dei rendimenti dei titoli di Stato italiani, favorito anche dal ritorno dei compratori esteri. I Bot a sei mesi sono stati collocati all’1,20% contro il 6,50% delle aste di novembre, quando il loro rendimento era più alto persino del rendimento dei Btp a tre anni, ad evidente dimostrazione che i mercati ritenevano molto probabile un default italiano nel giro di pochi mesi. I benefici che derivano dalla ripristinata fiducia nei confronti del nostro paese sono molteplici. Bankitalia, citata anche dalla Corte dei Conti, ha stimato che un calo degli spread di 200 punti base possa determinare un aumento del Pil di un punto percentuale. Più specificamente ancora, la diminuzione dei rendimenti da pagare sul debito italiano può permettere l’effettivo raggiungimento dell’obiettivo del pareggio di bilancio nel 2013. Il governo Monti aveva infatti costruito la propria Manovra prevedendo nel 2012 un esborso in conto interessi di 94,2 miliardi di euro – 8,4 miliardi in più rispetto alle stime del ministro Giulio Tremonti – e addirittura portando l’ammontare complessivo degli interessi del 2013 ad oltre 100 miliardi di euro. L’attuale raffreddamento degli spread consentirà assai probabilmente un importante ridimensionamento del conto interessi già per quest’anno a 81,6 miliardi con una minore spesa corrente da parte dello Stato di circa 12,6 miliardi di euro e con un risparmio ancora più consistente per il 2013. Un simile miglioramento dei conti pubblici, unito al già ricordato recupero dell’evasione fiscale che non è stato contabilizzato nella Manovra, renderanno possibile compensare la minor crescita stimata dal governo Monti nella percentuale dello 0,4% a fronte di un andamento ormai vicino al meno 1,3%. Se poi lo spread scendesse ancora, magari a 180 punti, tornando ai livelli del giugno 2011 e i rendimenti dei Bot si stabilizzassero ad un tasso medio per tutte le scadenze al di sotto del 2%, allora i risparmi salirebbero di altri 7 miliardi di euro circa. Ma l’alleggerimento del conto interessi e la riacquistata fiducia possono garantire ulteriori vantaggi, a cominciare dalla riduzione dello stock di debito da collocare sul mercato e per cui trovare compratori, che era stato stimato a novembre in 450 miliardi di euro, ora già scesi a 440. Inoltre, proprio il ritorno della fiducia nei confronti dell’Italia e la ricomparsa di compratori esteri, che erano di fatto spariti per alcuni mesi, sostituiti dal pronto soccorso della Bce, stanno permettendo al Tesoro di allungare le scadenze dei titoli emessi, un vero e proprio toccasana per la sostenibilità del Debito stesso. Durante gli anni della gestione Tremonti, grazie ai tassi di interesse bassi, era stato praticabile un allungamento della vita media dei titoli del debito pubblico italiano, salita a circa 7 anni. Questo ha consentito al Tesoro, almeno nella parte iniziale della crisi, di non dover sopportare subito l’aggravio del rialzo degli interessi che restava spalmato nel tempo. Nel momento più critico, a fine 2011, però la mancanza di compratori sulle scadenze lunghe e la paura di una bancarotta dei conti italiani, ha costretto al ricorso massiccio a titoli a breve termine con rendimenti stellari, destinati a far sentire immediatamente i loro effetti devastanti sul bilancio dello Stato. Tornare dunque a scadenze più lunghe garantisce un maggior respiro e si configura come una sorta di efficace “ristrutturazione” del Debito pubblico italiano. Ancora la rinata fiducia sembra in grado di facilitare il collocamento di Btp “nazionali”, volti cioè a compratori italiani, disposti ad impegnarsi per quattro anni e a riscuotere un “premio fedeltà” del 4 per mille; poco forse ma sicuro. Alla luce di questi dati si può dire che la cura Monti stia funzionando, per quanto rimanga ben chiaro il rischio della sua eccessiva onerosità tanto da mettere a repentaglio la vita del malato, afflitto dalla riforma pensionistica, dall’inasprimento fiscale, dalla mancata ripresa dell’economia e da vari altri aggravi. Sarebbe molto opportuno quindi che gli eventuali benefici derivanti dalla stabilizzazione dei conti pubblici avessero una destinazione ispirata all’equità e alla giustizia sociale prima ancora che alla ripresa dei consumi in quanto tale; solo così i sacrifici sarebbero, sia pur con infinita fatica, accettabili. 

 Alessandro Volpi, Università di Pisa

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