Lo scenario italiano dei prossimi mesi presenta alcune evidenti incognite.
1.Nella legge delega sul fisco non compare alcun riferimento all’ipotizzato fondo strutturale per ridurre le tasse. Dopo aver perso vari treni normativi, anche quest’ultimo dunque è partito senza contenere impegni di riduzione del carico fiscale che nel 2012 raggiungerà il 45,1% del Pil, un record negativo destinato a superare quello del 1997, quando si era fermato al 43,7%; si tratta di una pressione estremamente pesante che, in termini reali, risulta ancora più gravosa perché spalmata solo su chi paga i tributi, per i quali si avvicina al 60%. Il presidente Monti ha giustificato tale scelta con la necessità di non “vendere la pelle dell’orso prima del tempo”, sintetizzando una serie di incognite assai minacciose. In primo luogo, ancora una volta, pesa l’incertezza pressoché assoluta sulla crescita del paese: il Fondo Monetario Internazionale stima un rallentamento pari all’1,9% del Pil nel 2012, prevedendo peraltro che il pareggio di bilancio non sarà raggiunto prima del 2017, mentre Bankitalia lo fissa tra l’1,5 e l’1,2%. In entrambi i casi si tratta di stime assai peggiori di quelle su cui è stata costruita la Manovra “Salva-Italia”. Più in generale i conti pubblici manifestano ancora molte difficoltà. Il debito pubblico continua a crescere ed è molto probabile che arrivi al 123,4% del Pil a fine 2012, con un incremento di quasi quattro punti percentuali; una crescita dettata dal conto interessi e dal contributo italiano al salvataggio della Grecia. Tale contributo era stato stimato in origine attorno allo 0,2% del Pil ed è invece esploso fino a 29,5 miliardi di euro a cui devono essere aggiunti 5,6 miliardi di euro legati al contributo da versare al nuovo Fondo di stabilità europeo. In merito al conto interessi, vale la pena ricordare che nonostante un avanzo primario – la differenza fra entrate e uscite delle amministrazioni pubbliche – al netto degli interessi tra i migliori d’Europa, pari al 3,6 e destinato a salire al 4,9% nel 2013, il deficit resterà vicino al 2% nel 2012 proprio a causa della mole complessiva degli interessi. Anche qui, i dati sono chiari: l’avanzo primario è realizzato a causa del già ricordato aumento della pressione fiscale piuttosto che dal contenimento della spesa pubblica, in particolare di quella centrale, salita al 50,4% in rapporto al Pil, nonostante i reiterati richiami alla salvifica “spending review”. Sugli interessi incidono naturalmente anche i rendimenti delle prossime aste che dovranno soddisfare da qui alla fine dell’anno il 62% del fabbisogno del Tesoro, con una percentuale dei titoli in mani estere intorno al 35%. Un simile quadro è stato reso ulteriormente complesso dall’introduzione del vincolo del pareggio di bilancio in Costituzione che dovrà essere applicato dall’esercizio 2014. Il costo del salvataggio della Grecia, il peso degli interessi sul debito che continua a crescere, l’incapacità di ridurre in tempi rapidi la spesa pubblica, le incertezze sull’andamento del Pil che, paradossalmente sarà gelato dalla stessa incertezza – si pensi solo al “bisticcio” procedurale dell’Imu – hanno indotto pertanto il governo dei tecnici a rimandare sine die la riduzione del carico fiscale. In questo senso la legge delega pronta per approdare in Parlamento non presenta significativi elementi di alleggerimento e neppure profondi cambiamenti in grado di introdurre maggiore equità e maggiore progressività. Ci sono prospettive interessanti come nel caso dell’Iri, l’imposta sui redditi d’impresa, che dovrebbe favorire gli utili reinvestiti nelle imprese e della lotta all’abuso di diritto su cui si fondano molti meccanismi elusivi. Viene potenziato parimenti il principio di proporzionalità nelle sanzioni tributare in virtù del quale la punizione nei confronti degli illeciti è tanto più dura quanto maggiori sono le cifre della perdita fiscale patita dallo Stato. L’impressione più diretta tuttavia è che si punti a fare cassa per dare una stabilità ai conti dello Stato avviando di nuovo una riforma cruciale soprattutto per inseguire l’emergenza, come del resto dimostra la proposta di modifica del catasto da cui potrebbe discendere un prelievo estremamente gravoso. Manca in tal senso l’impianto più generale di una vera riforma fiscale che affronti il nodo della produzione e della distribuzione del reddito: il dissesto dei conti pubblici pare imporre un insieme di misure che hanno come oggetto decisamente primario il gettito e devono quindi rinunciare ad affrontare il tema dello stimolo fiscale alla ripresa del paese da centrare attraverso la redistribuzione del carico tributario.
2. L’azione del governo Monti pare caratterizzato da un’eccessiva dose d’incertezza. Certo, a complicare in maniera pesante il quadro concorre l’instabilità generale a cominciare da quella dei mercati che mostrano una cupa tendenza al ribasso, destinata a costituire un’ipoteca gravosa sugli scenari politici. Non aver rimosso nessuno degli strumenti della turbofinanziarizzazione sta mettendo a repentaglio la libertà delle scelte democratiche come testimoniano gli spread, spaventati dal primo turno francese. La Commissione europea continua a consentire le vendite allo scoperto di titoli del debito pubblico e sono rimasti in vita sia i derivati sintetici sui debiti sovrani sia la fiera dei credit default swap che dovrebbero proteggere dai rischi di ribasso e sono diventati vere e proprie scommesse sul ribasso stesso. Il valore nominale dei derivati, scambiati fuori dai mercati, ha raggiunto i 708 mila miliardi di dollari, il 18 per cento in più del 2010, e gran parte di questa montagna di carta è fatta ormai di speculazioni su monete e Stati, fortemente cresciute proprio con la crisi. Le prime 10 banche USA hanno fatto utili, in un solo trimestre, per 20 miliardi di dollari scommettendo al ribasso sull’euro e sui debiti europei. E’ evidente che i mercati finanziari e gli istituti di credito utilizzano gli strumenti di cui dispongono per scommettere contro le democrazie indebitate dopo aver tratto dagli Stati le risorse per salvare se stessi. In un simile circuito vizioso, le stime relative alla consistenza delle manovre di risanamento dei conti pubblici sono sempre carenti: ogni seduta di Borsa che lascia sul campo decine di miliardi di euro e ogni asta che impone rendimenti lievitati costringono i governi a chiedere nuovi sacrifici ai propri contribuenti. Se poi il numero dei paesi sotto attacco cresce e coinvolge persino triple A, come l’Olanda, o colossi del calibro francese, senza che l’eurozona si sia dotata di uno scudo protettivo sufficientemente esteso, allora i margini dell’incertezza diventano vastissimi. Tuttavia, pur considerando queste fondamentali variabili di natura esterna, il professor Monti sembra non riuscire a mettere i numeri corretti nelle varie caselle che dovrebbero comporre il quadro del risanamento e del raggiungimento del pareggio di bilancio. Ci sono numeri contrastanti in tema di esodati e ci sono numeri non chiari in relazione alla possibilità o meno di non introdurre a fine estate l’aumento dell’Iva per compensare il mancato taglio dell’esteso repertorio di esenzioni e riduzioni fiscali. Ci sono numeri controversi sull’entità della spending review, con cifre che ballano di qualche miliardo di euro. In particolare non sono affatto chiari i numeri dell’Imu. In questi giorni gli enti locali hanno appreso l’entità dei trasferimenti da parte dello Stato e hanno constatato con sconcerto riduzioni comprese tra il 40 e il 90%, in alcuni casi persino del 100% rispetto all’anno passato. Si tratta di decurtazioni che di fatto impedirebbero in moltissime circostanze di svolgere persino le funzioni essenziali. Per rendere sostenibili tali tagli, tuttavia, il Ministero dell’Economia ha messo in rete simulazioni del gettito Imu che risultano estremamente più alte non solo di quelle della vecchia Ici, come era prevedibile per effetto della rivalutazione degli estimi e dell’inserimento della prima casa, ma anche delle proiezioni costruite dai Comuni stessi sui dati in loro possesso. Gli scostamenti tra le previsioni fatte dal Ministero e quelle condotte dai Comuni risultano spesso milionarie. Una simile vicenda lascia davvero perplessi perché fa temere una molto probabile rivisitazione verso l’alto delle aliquote di base stabilite dal governo, che del resto si è riservato l’anomala prerogativa di intervenire in tal senso fino al 10 dicembre; da ciò scaturirebbero un pesante aggravio del carico fiscale sui contribuenti e una vera e propria confusione gestionale per gli enti locali. Il governo dei tecnici deve sicuramente far fronte ad una situazione difficilissima e sconta incertezze determinate dal contesto generale non preventivabili. E’ assolutamente indispensabile però che si adoperi per evitare di trasformare l’incertezza in una costante rincorsa normativa e in un caos di numeri troppo mutevoli e poco credibili perché altrimenti il paese rischia di essere travolto.
Alessandro Volpi, Università di Pisa
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