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La rubrica settimanale del Prof. Alessandro Volpi

"Chet Baker e la Bussola"

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Immagine articolo - Il sito d'Italia

Vorrei tornare sull’esperienza di Sergio Bernardini, citando un episodio che dimostra la sua natura profondamente “rivoluzionaria”, disposta alle sfide più difficili. Durante il 1960, il titolare della Bussola si trovò coinvolto in una vicenda molto spinosa. Dopo averlo sentito suonare al Greenwich Village, aveva deciso infatti di mettere sotto contratto per l’intera stagione il grande trombettista Chet Baker, da tempo alle prese con gravi problemi di tossicodipendenza. Baker era considerato un’artista maledetto ed era particolarmente amato a Lucca dove aveva stretto amicizia con Giampiero Giusti, uno dei fondatori, insieme a Rudy Rabassini e Paolo Benvenuti, del locale Circolo del Jazz. In Toscana aveva già suonato nel 1956, a Firenze, e nel 1958 in tournée. Bernardini pensò che Baker,  convinto subito dal regalo di una Giulietta Sprint bianca, potesse dare il meglio di sé nella sala raccolta del Bussolotto che sarebbe potuto diventare uno dei luoghi più amati dai cultori di Jazz, provenienti sia dalla lucchesia e dalla Toscana sia da Milano e dai grandi centri del Nord nei quali esistevano già molti “hot club”. Si trattava ancora una volta di una felice intuizione che avrebbe dovuto rafforzare ed articolare meglio il progetto di Bernardini di costituire la più raffinata music hall italiana. Il trombettista arrivò in Versilia a fine maggio e alloggiò presso Villa Gemma, una pensione di Marina di Pietrasanta, iniziando subito a manifestare numerose crisi di astinenza che lo costringevano a trovare medici, più o meno compiacenti, disposti a prescrivergli ricette di Palfium. Bernardini lo trasferì all’albergo Palace di Viareggio per averlo meglio sott’occhio. Le serate al Bussolotto, dopo un esordio molto promettente, si rivelarono così assai problematiche: Baker era accompagnato da un trio guidato da Romano Mussolini ma faceva molta fatica a suonare mantenendo la concentrazione. Chiedeva continui anticipi a Bernardini per procurarsi le ricette per le dosi di Palfium e ben presto cominciò a saltare le serate. Durante una di queste, il 16 luglio, Baker si sentì male e dovette intervenire un medico presente in sala, il dottor Pierluigi Francesconi, primario presso la clinica Santa Zita di Lucca. Il trombettista accettò di farsi ricoverare in questa clinica per tentare di disintossicarsi, ma senza alcun successo e il 31 luglio venne trovato chiuso nel bagno di un distributore di benzina a San Concordio in stato d’incoscienza con una siringa in mano. Il gestore chiamò le autorità di polizia che lo arrestarono e lo trattennero fino all’arrivo del dottor Francesconi, la cui dichiarazione secondo la quale Baker era in cura nella sua clinica ne consentì il rilascio, insieme al pagamento di una consistente cauzione da parte di Bernardini. La notizia finì su tutti i giornali, italiani e internazionali facendo della vicenda un piccolo caso. Il 10 agosto il trombettista poté tornare a suonare al Bussolotto, riuscendo a portare a termine il contratto che scadeva il 21 di quel mese. Poco prima di lasciare la Versilia, tuttavia, venne arrestato, insieme ad alcuni medici e farmacisti, dai carabinieri di Viareggio per abuso di stupefacenti. Il processo si aprì otto mesi dopo e suscitò un grande scalpore perché Baker espose, durante le udienze, il tragico iter della sua tossicodipendenza, sostenuto dalla tutela legale di un avvocato molto noto come Mario Frezza, che si era offerto di difenderlo gratuitamente. A rendere particolarmente colorito il dibattimento era poi la presenza delle due donne di Baker, la moglie Halema e l’amante Carol, che scatenarono scene quasi isteriche nel pubblico, soprattutto in quello femminile, molto duro nei confronti delle condotte morali dell’accusato. Erano numerosi anche gli amanti del jazz e i curiosi che in quei giorni affollavano l’aula del Tribunale di Lucca, tanto da convincere Dino De Laurentiis a proporre a Baker di realizzare una pellicola sullo scandalo. La condanna fu fissata in un anno, sette mesi e dieci giorni di prigione e in una multa di 140 mila lire; Baker fu tradotto nel carcere di San Giorgio, nel centro di Lucca, dove ricevette un trattamento decisamente privilegiato. Poté suonare a lungo e la sua musica dietro le sbarre divenne oggetto di culto per molti amanti del jazz che effettuarono persino delle registrazioni. Nel settembre successivo si presentò alla Corte d’appello di Firenze per chiedere una riduzione di pena, che ottenne per mancanza di prove. Sulla vicenda Baker sarebbe tornato con varie interviste, una delle quali rilasciata ad Oriana Fallaci e destinate ad alimentare la notorietà della Bussola, il locale dove tutto aveva avuto inizio. Portare in Italia, nel 1960, un personaggio difficile come Chet Baker significava avere molto coraggio di fronte ai rischi della censura, delle severe critiche di molti giornali “moralisti” e di buona parte dell’opinione pubblica. Ma Bernardini aveva capito la grandezza di quella tromba e per ascoltarla nel suo locale non si fermò davanti a nulla.

 

Alessandro Volpi, Università di Pisa

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